Opera Ospite #5. I legni della Croce di Fabrizio Clerici

Opera Ospite #5
FABRIZIO CLERICI. I legni della Croce
dal 12 febbraio al 5 giugno 2026
Testo di Nicolò Fiammetti

 

Nel 1976 – sono trascorsi cinquant’anni – Fabrizio Clerici donava a papa Paolo VI l’opera I legni della Croce, oggi conservata ai Musei Vaticani. Dell’opera esiste una seconda versione, di maggiori dimensioni e con minime varianti, custodita presso la Collezione Paolo VI di Concesio, oggi al Museo Diocesano, dove è protagonista del quinto capitolo del progetto Opera Ospite.

 

Negli anni Settanta il papa bresciano – insieme a don Pasquale Macchi – sta dando forma alla Collezione di Arte Religiosa Moderna, con l’obiettivo di arricchire le collezioni vaticane con le più recenti produzioni artistiche, capaci di esprimere la sensibilità dell’uomo contemporaneo. Nel 1974 Macchi si reca nello studio di Clerici per commissionargli un ritratto di Cristo. Inizialmente l’artista è scettico: «dipingere il Cristo oggi, in pieno marasma […] tra forze politiche che ostacolano il senso religioso […]. E assieme pensavo a quanto fosse brutta o perlopiù mediocrissima l’arte sacra realizzata nel nostro secolo».

 

L’ispirazione giunge in occasione di una visita, compiuta in perfetta solitudine, al luogo in cui erano esposti i resti del grande Crocifisso di Cimabue, devastato dall’alluvione di Firenze, del 1966. La visione lo sconvolge. In quel Cristo, Clerici intravede la possibilità di raccontare un duplice martirio sovrapposto: quello consumato sul Golgota e quello che, più recentemente, aveva visto la città piegarsi alle esondazioni dell’Arno. A seguito di questa esperienza, Clerici accetta la commissione.

 

Sebbene l’artista sia noto soprattutto per opere popolate da rovine fluttuanti, città diroccate, statue decadenti, deserti utopici e stanze vuote, la relazione del pittore con il Sacro è strettamente intrecciata alla sua vicenda biografica e, proprio per questo, fondamentale per comprenderne pienamente la pratica artistica. Le radici sono profonde: a sei anni si trasferisce con la famiglia a Montelabbate, in Umbria, dove il padre aveva acquistato un’abbazia gotica un tempo retta dai padri cappuccini. Successivamente, a Roma frequenta l’insegnamento dei padri gesuiti. A tredici anni viene avviato al disegno da due anziane sorelle che gli impartiscono lezioni private e, nel tempo libero, tenta di copiare una complessa Testa di apostolo disegnata da Dürer.

 

Le meraviglie suscitate dal fasto religioso e dai misteri celebrati sotto le volte delle chiese devono aver impresso in Clerici quel senso di monumentalità solenne che segna la sua attività di scenografo, costumista e, prima fra tutte, di architetto. Molte sue opere si presentano infatti come grandi quinte teatrali, imponenti e silenziose, dove il grandioso dialoga con il funereo: sullo sfondo si alternano scenari fra loro opposti, rovine di costruzioni effimere sospese nell’aria, o le pareti spoglie di stanze vuote e anonime. A questa seconda categoria appartiene I legni della Croce. Il relitto, appeso come un corpo, si staglia in una stanza nuda e desolata. Avvinghiato da grosse funi, del grande Crocifisso di Cimabue rimangono solo le tracce della testa del Cristo, mentre il resto della figurazione è scomparso, ad eccezione delle colate di colore sul legno intriso d’acqua.

 

Sul pavimento, le pozze lasciate dalla piena del fiume Arno. «Un capolavoro ormai irrecuperabile nella sua integrità […] fu questa doppia immagine di due agonie a stimolare in me la realizzazione di un dipinto che tenesse conto del duplice martirio a distanza di venti secoli», scrive nel 1987. Il riferimento è al martirio della Passione e alla devastante alluvione.

 

Nella produzione di Clerici l’architettura non è mai un semplice sfondo, ma una vera e propria protagonista psichica. Come nella stanza de I legni della Croce: un luogo-non luogo costruito con metafisico rigore e sottile chiarezza formale. Uno spazio vuoto che cristallizza nel presente una scena del passato e che genera una sensazione di straniamento in chi lo osserva. In questa sovrapposizione temporale si concentra la riflessione dell’artista sul ripetersi della storia, uno dei temi centrali attraverso cui Clerici sviluppa la sua irrefrenabile e ossessiva ricerca sul mistero della vita.

 

«I legni della Croce. Questo fu il titolo che diedi alla pittura una volta terminata. Il mio quadro fu consegnato a Paolo VI il giorno stesso che a Firenze, coincidenza che amo ricordare, il grande Crocefisso di Cimabue dai laboratori del restauro rientrava, attraverso un inverosimile traffico stradale, in Santa Croce. Ciò avveniva il mattino del 15 dicembre 1976».

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