Chiesa di Santa Maria in Calchera - Museo Diocesano

Chiesa di Santa Maria in Calchera

ESTERNO
Le origini della chiesa di Santa Maria della Calchera risalgono al XI- XII secolo. L’aspetto attuale si deve alla ricostruzione del XVIII secolo.

Il nome potrebbe derivare dalla famiglia Calchera, che arricchì la chiesa, e dalla presenza in questa zona di fornaci per la calce.

La facciata è divisa in due ordini da un marcapiano e movimentata da lesene.

 

INTERNO
Entrando in Santa Maria in Calchera si intuisce di trovarsi in un luogo serio e pensoso. La scarsa luce naturale lascia nella penombra le pareti, celando in parte la ricchissima decorazione.

La chiesa è a navata unica con due cappelle per lato. La copertura con una cupola ribassata ed una a pieno centro lungo la navata ha una volta a botte nell’area del presbiterio, il tutto decorato con geometrie e finti cassettoni.

La decorazione interna fu rinnovata nel Settecento: i fregi, gli stucchi e gli affreschi sono ideati da Gaetano Cresseri.

 

CENA IN CASA DI SIMONE IL FARISEO

La tela ad olio è un’opera tarda di Moretto, datata tra il 1550 ed il 1554. In essa si manifesta la fisionomia della pittura lombarda del Cinquecento, indirizzandola verso le soluzioni di aderenza alla relatà e di luce che diverranno famose con Caravaggio.

Ormai dagli anni Quaranta Moretto, uomo già profondamente religioso, indaga le istanze controriformistiche, dedicandosi a soggetti di tema eucaristico.

Tale soggetto è simboleggiato nella splendida natura morta costituita dalla tavola coperta di stoffa bianca. si vedono il pane spezzato, il calice di vino ed i resti di un pesce, il quale fin dall’epoca paleocristiana indica Gesù ed il suo sacrificio.

In questa tela Gesù, che è salvezza, amore e misericordia, è a contatto con la miseria umana, impersonata dalla Maddalena inginocchiata ai suoi piedi, che chiede pietà ed la remissione dei suoi peccati. La Maddalena viene variamente indicata come peccatrice oppure come prostituta.

La composizione scenica è molto ampia e costruita con poche linee oblique che danno profondità.

Il gesto di Gesù che allarga le braccia unisce le tre figure fondamentali del racconto. con la destra indica la donna ai suoi piedi, con la sinistra si rivolge a Simone, spiegando come e perchè le sia stato concesso il perdono.

I tre personaggi esprimono dignità e sono solenni e monumentali, costruiti con un uso sapiente della luce, dirompente, obliqua e radente. Essa scolpisce le loro masse, dà vigore ai colori dei loro abiti, indaga il volto regale del Cristo, quello dolente della Maddalena e quello teso all’ascolto del fariseo.

Fanno da contorno due camerieri che assistono alla scena e l’oste di sinistra che regge in mano un cesto di frutta degno del Caravaggio.

Da notare anche la resa delle stoffe di cui Moretto è capace. Ogni elemento fisico della scena è talmente reale da fuoriuscire oltre la cornice per porsi ad un palmo da noi.

 

MESSA DI SANT’APOLLONIO

La pala, un olio su tela dipinto intorno agli anni 1521-1523, racconta di un episodio speciale all’interno del fervore religioso bresciano.

Secondo la leggenda, Apollonio, vescovo della città, si trovò una notte privo degli oggetti per celebrare messa. Dopo aver pregato, apparvero una tovaglia di lino, le ostie, il calice e quattro ceri per illuminare.

I Santi Faustino e Giovita presero parte all’evento, perché miracolosamente liberati dal cercare nel quale erano stati imprigionati dall’imperatore Adriano.

Una variante della leggenda sostiene che Apollonio fu vescovo molti anni dopo la morte dei due fratelli. Quindi, Faustino e Giovita apparvero invocati dalla sua preghiera, portando con loro tutti gli oggetti necessari per la celebrazione eucaristica.

Nell’opera di Romanino, Apollonio è al centro; alla sua destra Faustino regge il calice e Giovita a sinistra il turibolo. L’ostia nelle mani del vescovo è il centro spirituale e geometrico della scena.

I quattro personaggi inginocchiati in primo piano rappresentano il popolo bresciano raccolto intorno alla mensa eucaristica. Partecipa alla celebrazione con raccoglimento e contemplazione. Sono in realtà gli eredi Feroldi, legati per testamento a far realizzare quest’opera da collocare proprio nella chiesa di Santa Maria in Calchera.

In secondo piano dietro ad Apollonio un dipinto appeso chiude la scena: raffigura la Deposizione di Cristo con Maria che lo sorregge, San Giovanni a sinistra e la Maddalena a destra più una quarta figura mantata di bianco che assiste dolente.

Si tratta di un quadro nel quadro, una finzione raffinata che dà grande vividezza alla scena, unita al fatto che i personaggi indossano abiti contemporanei a Romanino. Tutto ciò rende attuale l’evento sacro e lo avvicina alla sensibilità dello spettatore dell’epoca.

Dietro al quadro con la Deposizione si apre nel buio uno spazio del quale non possiamo percepire del tutto la vasta profondità.

Il tema eucaristico proposto da Romanino in questa articolata scena aveva ripreso vigore dopo la predicazione di Bernardino da Feltre, presente a Brescia nel 1493. Inoltre, nel 1512, durante il terribile Sacco di Brescia ad opera delle truppe francesi, un sacerdote venne ucciso in Santa Maria in Calchera mentre stava celebrando messa.

La mitica messa celebrata da Sant’Apollonio è quindi un pretesto per evocare una nuova devozione verso l’eucarestia che è corpo di Cristo, la quale era già stata stimolata da questi eventi.

Romanino si dovette confrontare con una commissione cittadina che sarebbe stata esposta in pubblico. Attinse quindi dal proprio repertorio classicheggiante, usando un linguaggio elegante e misurato, certo che avrebbe incontrato il gusto di tutti.

Il risultato è questa pala che è tra le più elogiate della sua produzione, lodata in tutte le guide di Brescia.

Splendidi sono i colori degli abiti, gli atteggiamenti rispettosi dei presenti, le loro fisionomie varie e vivaci. Nella solenne figura di Sant’Apollonio, centrale e verticale come una solida colonna, e nel gesto delle sue mani si riassume l’intero significato dell’opera.

 

SANTA MARIA DEL CAMINO

Piccolo affresco votivo in cui è effigiata Maria col Bambino in braccio e in atto profondamente umano.

La cinquecentesca immagine viene attribuita, secondo il Vannini, a Luca Mombello, allievo del Moretto. Esisteva sulla copertura del camino di una casa situata sui terragli dietro il monastero di Santa Marta nei pressi del Mercato Nuovo. Il luogo è ancora oggi chiamato “la Madonna del camino”.

Narrano le cronache che nel pomeriggio del lunedì di Pasqua, il 27 marzo del 1690, un certo Antonio de’ Venturis, visitando quella casa, tra le 14 e le 15 di pomeriggio, vide improvvisamente la Madonna del dipinto muovere gli occhi e impallidire come oppressa da grande dolore. Richiamata dal de’ Venturis, in breve tempo si riunì un grande folla esterrefatta ed ammirata.

Nell’archivio parrocchiale della chiesa è conservata la deposizione che il de’ Venturis stesso ed altri testimoni resero al vescovo Bartolomeo Gradenigo tre giorni dopo il miracoloso evento.

Il 25 aprile del 1754 la venerata immagine, deposta su di un carro trionfale, fu trasportata in Santa Maria in Calchera. Collocato provvisoriamente su un altarino al centro dell’aula, compiuto il restauro dell’altare della Natività, il dipinto vi fu deposto il 30 aprile successivo.

Belli sono l’altare con la soasa marmorea e la porticina del tabernacolo ornata da una pietà a sbalzo. In questa cappella stanno le grandi figure affrescate di San Giuseppe col Bambino e a sinistra della Madonna.