Chiesa di Sant'Afra - Museo Diocesano

Chiesa di Sant’Afra

STORIA DELLA CHIESA

Una prima chiesa esisteva già nel 1251 ed apparteneva all’Ordine degli Umiliati.

Fu ricostruita a partire dal 1463 da un gruppo di monaci benedettini provenienti dal monastero di Sant’Eufemia della Fonte, posta sulla via di Botticino.

I monaci ottennero il permesso di erigere la chiesa per trasferirvi le spoglie di San Paterio ed altre reliquie. La traslazione avvenne nel 1478. L’anno successivo, la chiesa fu consacrata e dedicata a Sant’Eufemia.

Nel XVIII secolo avviene un grande rinnovamento ad opera dall’architetto Domenico Carboni, ma fu concluso dall’abate Pietro Faita nel 1776 con il rinnovo del presbiterio.

Il monastero un tempo annesso alla chiesa è oggi un distretto militare ed ospitò Napoleone Bonaparte nel 1796. Venne occupato dai francesi nel 1797 e dagli austriaci nel 1814.

Durante questi avvenimenti andarono perduti gli affreschi del chiostro, opera del noto pittore manierista Lattanzio Gambara e del suo maestro Girolamo Romanino.

 

STORIA DEL CULTO

La chiesa è nota anche come Sant’Afra in Sant’Eufemia.

Deve il suo nome attuale allo spostamento del culto e delle reliquie di Sant’Afra dalla chiesa in via Crispi, distrutta durante la seconda guerra mondiale. Oggi quella chiesa è stata ricostruita ed è dedicata a Sant’Angela Merici.

Sant’Afra era una cittadina romana vissuta all’epoca dei patroni Faustino e Giovita.

Sant’Eufemia, prima titolare del tempio, era una vergine consacrata a Dio, vittima delle persecuzioni di Diocleziano. Secondo la Passio gli aguzzini le spezzarono i denti con un martello e poi la gettarono nel rogo.

 

FACCIATA ESTERNA

La facciata in pietra di Botticino è divisa in due ordini da una trabeazione e coronata da un timpano triangolare. La piccola porta a sinistra conduce ad una cappella dedicata al Crocifisso, non comunicante con la chiesa. La porta a destra fa accedere alla sagrestia ed alla cripta. L’ingresso centrale immette nella chiesa.

 

INTERNO DELLA CHIESA

L’interno della chiesa è a navata unica con tre cappelle su ogni lato. Le pareti presentano decorazioni in stucco del Settecento.

 

ALTARE DEL SANTISSIMO SACRAMENTO

La tela che decora l’altare è opera di Sante Cattaneo (1739-1819), validissimo pittore del Settecento bresciano che attirò su di sè una generale ammirazione.

È un pittore colto, attento alle novità di Carlo Maratta, Pompeo Batoni, Giambattista Pittoni e Giambettino Cignaroli, ma chiuso alle tendenze neoclassiche che si andavano imponendo nella vicina Milano.

L’opera rappresenta Cristo che distribuisce l’Eucaristia agli apostoli all’interno di un’architettura in prospettiva, in mezzo ad angeli in volo. È datata 1791 e si ispira all’omonimo soggetto dipinto da Giambattista Pittoni per la parrocchiale di Leno. Fu accolta con entusiasmo dai contemporanei.

 

La grande architettura della scena e i colori giocati sui toni rossi, verdi, gialli e blu sono pura invenzione del Cattaneo. I personaggi sono variamente atteggiati per non sembrare statici, con rimandi a gesti e intrecci di sguardi.

Le due figure centrali sono Gesù in piedi a destra e Pietro inginocchiato di fronte a lui, in attesa dell’eucarestia. Accanto a Gesù c’è Giovanni, il più giovane e prediletto degli apostoli.

Gli altri apostoli circondano le figure centrali, in attesa di ricevere il pane di vita. Uno solo tra loro, probabilmente Giuda, è gettato ai piedi di Gesù.

Nel complesso, l’opera unisce devozione ed un delicato sentimento religioso alla piacevolezza di un bel disegno.

 

ALTARE MAGGIORE

La pala dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Afra in Sant’Eufemia è comunemente attribuita al pittore bergamasco Enea Salmeggia detto il Tarpino (1565/70-1626) ma anche “Raffaello bergamasco”.

Non si hanno notizie sulla sua formazione, avvenuta forse a Milano nella bottega del pittore Simone Peterzano (1535-1599).

Pier Virgilio Begni Redona ha avanzato un secondo nome per la paternità dell’opera: il piemontese Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo (1568-1625) e considerato il “Raffaello Piemontese”.

La Pala d’altare del Salmeggia è datata al 1618 e rappresenta una teoria di Sante: da sinistra, Caterina, Barbara, Agnese, Lucia, Cecilia ed Eufemia.

L’opera è piuttosto didascalica: le sante sono disposte a semicerchio mentre guardano al gruppo di angioletti in alto, che porge loro le corone del martirio.

Si riconoscono dagli oggetti che recano in mano o si trovano accanto a loro: la ruota dentata per Caterina; la torre per Barbara; l’agnello per Agnese; il piatto con gli occhi per Lucia; l’organetto per Cecilia.

Eufemia, all’estrema destra, regge la palma del martirio. Era la Martire dedicataria della chiesa prima che il culto di Sant’Afra venisse qui spostato dopo la seconda guerra mondiale. Vissuta nel IV secolo a Calcedonia, è considerata la patrona dell’ortodossia cristiana.

 

PALA DI SANT’EUFEMIA

La pala di Enea Salmeggia sostituì comunque una precedente tavola dipinta dal pittore bresciano Alessandro Bonvicino, detto il Moretto (1498-1554).

L’opera è superiore come tecnica e bellezza, ma venne rimossa a donata alla Pinacoteca Tosio-Martinengo di Brescia nel 1867, quando il monastero era stato chiuso e trasformato in caserma.

La stessa chiesa di Sant’Eufemia perse indipendenza e divenne sussidiaria dell’attuale chiesa di Sant’Angela Merici.  La Pinacoteca diede in cambio la tela del Salmeggia che divenne la nuova pala d’altar maggiore.

La Pala di Sant’Eufemia è datata tra il 1526 e il 1530, periodo nel quale il Moretto si avvia verso la sua maturità artistica e riassume tutte le influenze della sua formazione armonizzandole al suo stile.

È considerata la prima grande composizione del Moretto e rappresenta una Sacra Conversazione tra la Madonna e alcuni santi.

Maria, con il Bambino in braccio e San Giovannino accanto, non si trova su un trono ma su morbide nuvole, come spesso si vedono nelle scene morettiane.

Sotto di lei si trovano quattro santi: Benedetto da Norcia, Eufemia, Giustina e Paterio. Sono eleganti, luminosi, sereni e composti ed emanano una classica e pacata bellezza.

San Benedetto era il fondatore dell’Ordine benettino, al quale apparteneva la stessa chiesa e il monastero annesso, ed Eufemia era la dedicataria della chiesa. Il modo in cui viene rappresentata dal Moretto è però insolito.

L’iconografia tradizionale di Sant’Eufemia richiede la presenza di un leone che le morde la mano. Il Moretto la raffigura invece con abiti sontuosi mentre tiene in mano una lama seghettata: è il modo in cui gli artisti bresciani raffiguravano Sant’Afra.

Santa Giustina rappresentava la congregazione benedettina di Padova, alla quale i monasteri bresciani vennero ammessi nel XVI secolo. San Paterio fu vescovo di Brescia tra il 604 e il 606 d.C. e le sue reliquie riposano ancora oggi sotto l’altar maggiore.

Splendida è la cornice architettonica che racchiude la scena e la resa prospettica evidenziata dal pavimento a motivi geometrici.

In secondo piano si apre un delizioso paesaggio: il castello in lontananza ricorda il Castello di Brescia con le sue torri circolari. Ai piedi del colle si vede una costruzione raggiunta da un corso d’acqua, forse l’antica Sant’Eufemia della Fonte da dove provenivano i monaci benedettini.

 

MARTIRIO DI SANT’AFRA

Afra fu una ricca matrona romana vissuta nel II secolo. Si racconta che fosse presente quando i Santi Faustino e Giovita furono condotti nell’anfiteatro di Brescia per essere sbranati dalle belve feroci.

Tracciando un segno di croce, avrebbe fermato i cinque tori pronti ad uccidere i fratelli e di fronte a questo prodigio migliaia di spettatori presenti si convertirono al Cristianesimo. Afra venne poi denunciata e condannata a morte insieme alla sua serva Samaritana.

Il culto di Sant’Afra era officiato presso l’attuale Santuario di Sant’Angela Merici, sorto sul cimitero latino dove furono sepolti i santi patroni Faustino e Giovita.

Il 2 marzo 1945, in piena seconda guerra mondiale, un bombardamento distrusse il quartiere e la chiesa stessa mentre molti civili vi avevano cercato rifugio.

La parrocchia di Sant’Afra fu quindi trasferita nella vicina chiesa di Sant’Eufemia, mentre la chiesa fu ricostruita e dedicata a Sant’Angela Merici.

La tela ad olio Martirio di Sant’Afra è opera di Paolo Caliari, detto il Veronese, validissimo pittore del XVI secolo nativo di Verona.

Nella sua formazione confluiscono il classicismo del Mantegna, il manierismo di Giulio Romano e le prime invenzioni barocche del Correggio. Nelle sue scene usa colori squillanti e discordanti, accostando spesso i colori complementari.

Nella tela, il Veronese raffigura la santa mentre viene trascinata da uno sgherro sul patibolo, sotto il quale giacciono i corpi decapitati di Faustino e Giovita. La donna è vestita con abiti sontuosi e invoca la protezione divina, per assisterla nell’ultima prova.

Intorno a lei, una folla si accalca per assistere allo spettacolo, sullo sfondo della città di Brescia. Il punto di fuga è a destra, creando una dinamica composizione obliqua, molto usata a Venezia.

È tipico del Veronese accalcare i personaggi non attinenti al racconto per riempire gli spazi e donare un carattere vagamente profano alle scene sacre. La testa decapitata è molto probabilmente un suo autoritratto.

Il gruppo centrale del Martirio di Sant’Afra assomiglia molto a quello del Martirio di Santa Giustina dello stesso Veronese, dipinto nel 1575. Si deduce che il pittore riutilizzasse spesso i suoi cartoni modificando di volta in volta alcuni dettagli.

La pala del Martirio di Sant’Afra è probabilmente un’opera della sua maturità, dipinta in collaborazione del figlio o della bottega. Era in origine custodita nella prima chiesa di Sant’Afra su uno dei primi altari accanto all’ingresso.

Gli agostiniani che reggevano la chiesa di Sant’Afra a quel tempo erano inclini ad apprezzare gli artisti veneti. Per questo motivo, anche il Tintoretto fu chiamato per dipingere la pala d’altare.

 

STORIE DI SANT’EUFEMIA

Si tratta di quattro grandi riquadri che mostrano la storia di Sant’Eufemia, celebre martire di Calcedonia del IV secolo. Sono stati dipinti nel Seicento ad affresco dal pittore tardo-manierista bresciano Camillo Rama (1586-1627).

Da sinistra osserviamo:

Eufemia condotta davanti al giudice.

Fustigazione della Santa.

Sant’Eufemia incolume sotto la tortura della ruota.

La Santa morta in prigione e rispettata dai leoni.

La prospettiva crea profondità alle scene affollate, anche se la concitazione talvolta appare eccessiva. L’artista indugia sull’effetto di truce verismo delle pene inflitte alla Santa.

Nel complesso, la critica giudica questi affreschi piuttosto deboli, ma ben inseriti nel clima culturale del tardo manierismo, didattico, teatrale e caratterizzato da bei colori derivati dalla tradizione veneta sempre viva a Brescia.

I volti dalla forte espressività sono invece più propriamente lombardi.

Dello stesso autore sono i Quattro Evangelisti dentro finte nicchie.

 

VOLTA DEL CORO CON LA GLORIA DI SANT’EUFEMIA

La decorazione del coro della chiesa di Sant’Afra in Sant’Eufemia venne realizzata tra il 1754 ed il 1761.

Antonio Mazza si occupò delle soluzioni prospettiche. Riuscì ad unire armoniosamente la parte figurativa con le architetture dipinte che si raccordano a loro volta con la vera struttura della chiesa.

Carlo Carloni (1686-1775) dipinse le figure, inscenando una spettacolare Sant’Eufemia che sale in cielo accolta dal Cristo benedicente tra nuvole rosa e grigio chiaro ed angeli in volo. È riconoscibile dalla palma del martirio.

Sotto di lei corre una finta balconata, dove trovano posto finestre e coppie di colonne in marmo screziato che scandiscono lo spazio in cinque scomparti. Sullo sfondo di ogni scomparto si intravede una finta cupola in scorcio.

Nella parte terminale del coro, in primo piano, si trovano due figure a monocromo dorato che rappresentano le virtù teologali, la Fede con la croce e l’eucarestia e la Carità.

Sopra le architetture si posano gruppi di putti e angioletti. Alcuni si librano in volo e suonano strumenti musicali per celebrare la festa celeste per Eufemia, scortata verso il Paradiso.

Ogni figura si lascia ammirare da sotto in su. Tipiche del Carloni sono le linee frastagliate che delimitano il contorno dei personaggi a generare una superba tensione al movimento di derivazione barocca.

Di Antonio Mazza non si conoscono notizie biografiche. Ben diverso è il caso di Carlo Carloni, pittore di grande fama e ben remunerato durante tutta la sua attività.

La sua era una famiglia di architetti e stuccatori molto apprezzati, attivi già in Germania e in Austria. Carlo mostrò maggior propensione per la pittura e divenne allievo di Giulio Quaglio il Giovane (1668-1751) che gli insegnò la tecnica ad olio e dell’affresco.

Carlo Carloni completò la sua formazione a Venezia. Iniziò a lavorare in Austria per principi, nobili ed ecclesiastici ed ottenne successi e consensi che contribuirono a creare la sua ottima reputazione. Lavorò poi nella Germania meridionale e nel Nord Italia.

Giunse a Brescia dopo la metà del secolo, quando aveva ormai superato il suo periodo rococò. Tuttavia, non perse mai una certa tendenza all’estrema decorazione, all’esuberanza, al capriccio, alla teatralità e alle figure mosse dalle linee di contorno frastagliate.

 

La decorazione del coro di Sant’Afra in Sant’Eufemia si può considerare il punto di arrivo della grande arte della Quadratura che nasce a Brescia nel Cinquecento.

I fratelli Rosa, Tommaso Sandrini e Ottavio Viviani sono i grandi sperimentatori che influenzeranno la moda bresciana.

Pietro Antonio Sorisene, loro probabile allievo, decorò nel 1683 il soffitto della volta di Sant’Agata con il collega Pompeo Ghitti, rispecchiando il gusto dell’epoca di monumentalità e teatralità.

Il loro capolavoro rappresenta la conclusione della quadratura tipicamente bresciana. Successivamente si faranno sentire influenze esterne, anche grazie all’arrivo in città di artisti bolognesi, lombardi e veneti.

Nel Seicento le vere protagoniste erano le sovrabbondanti architetture in prospettiva. Le figure venivano relegate nello spazio centrale, modesto se paragonato alle strutture illusionisticamente dipinte come fastosa cornice.

Nel Settecento tutto diventa più arioso e leggero. Questa nuova levità e dolcezza è evidente nella volta del coro di Sant’Afra in Sant’Eufemia.

Con l’inizio dell’Ottocento, i cambiamenti estetici, spirituali e politici porteranno al declino del genere della quadratura.